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Affondare il fioretto nel piastrone
Postato il Wednesday, 03 February @ 09:51:04 CET di root
Scherma Enrico Di Ciolo scrive:
Quanto e perché...









...è cambiato il metodo d'insegnamento?

La Maestra Roberta Giussani rivolge questa domanda, prima di pubblicare un bell’articolo tratto dal libro “on fencing” scritto da Aldo Nadi, sul sito dell’accademiadellascherma.
Nello specifico, il mitico schermitore livornese faceva riferimento a come suo padre riuscisse ad ottimizzare i propri insegnamenti in ogni circostanza.
In questo caso, alla fine delle lezioni, nello spogliatoio, un campione deride un allievo minimizzandone i miglioramenti offendendo indirettamente il maestro stesso.
In altri racconti i fratelli Nadi ricordano quanto fosse severo il padre e quanto riuscisse a metterli uno contro l’altro per accentuare la rivalità agonistica.
Si dice, si tramanda, che egli offendesse pesantemente di proposito, prima dell’allenamento quotidiano, a volte Nedo a volte Aldo alla presenza dell’altro per rendere efficace l’allenamento.
In un contesto come quello della “fucina” livornese, appena descritto, parlare di “metodo di insegnamento” è riduttivo. Preferirei accennare a come alcuni comportamenti si traducono in strategie didattiche. Un approccio metodologico prevede lo studio antropologico, l’orientamento sociale del contesto storico, la tipologia degli allievi. Senza scomodare forbite citazioni appare evidente che i tempi sono cambiati e ciò che una volta era naturale oggi potrebbe essere obsoleto o addirittura stigmatizzato.
Un maestro che oggi utilizzasse l’offesa o la derisione  davanti ai compagni di allenamento non sarebbe accettato dalla comunità.

Per ciò che riguarda l’ approccio metodologico  credo che quello utilizzato da Beppe Nadi si possa definire “analitico”.  Credo che sia un approccio metodologico adatto a quei tempi, perché le motricità erano sviluppate anche fuori dalla palestra, pertanto i ragazzi erano in grado di aderire alle richieste del Maestro molto meglio di quanto non possano farlo i ragazzi di oggi.

Negli sport sociomotori  la formazione delle abilità si basano sulle percezioni e sulle psicomotricità adattabili alle relazioni tra i concorrenti.

Per questo motivo l’importante non è “il metodo” ma come esso viene utilizzato.
A volte è meglio usare un’”analisi” accurata e ben fatta piuttosto che usare una “sintesi naturale” se non la si sa gestire. Non credo che esista differenza tra quello che veniva usato cento anni fa e quello che viene usato oggi
La simpatia o meno per un approccio che i maestri utilizzano e preferiscono dipende in parte o del tutto dalle proprie conoscenze..

Oltre all’approccio metodologico secondo me è interessante scoprire cosa viene insegnato durante le “lezioni”.
Secondo me, l’insegnamento della scherma dipende da come passa la formazione della gestualità e quello della scherma vera e propria.
Mi spiego meglio, un conto è imparare a distendere il braccio con il fioretto che affonda nel piastrone, un altro è imparare a fare la botta dritta.
Un buon maestro sa distinguere questi due momenti e soprattutto sa far capire la differenza al suo allievo.
Un cattivo maestro è quello che non distingue le due fasi   e crea situazioni di dipendenza negli  allievi.

Il buon maestro  cresce atleti che pur essendo a lui grati e devoti, siano in grado di fare serenamente lezioni con tutti, e imparare a riconoscere gli insegnamenti, a capire le differenze:  crea indipendenza, perciò.

Un cattivo maestro è quello che lascia intendere che senza di lui l’allievo è finito, che solo lui può fargli lezione, che gli altri non hanno mai nulla di buono da insegnare.


 
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Re: Affondare il fioretto nel piastrone (Voto: 1)
di StephenDedalus il Wednesday, 03 February @ 12:51:55 CET
(Info Utente | Invia un Messaggio) http://www.clubschermaapuano.it
Pienamente d'accordo Enrico.
La coerenza del metodo nella sua applicazione, come mi ha insegnato un collega e amico, è fondamentale, più del metodo stesso.

Credo sia fondamentale, come tu sostieni, saper distinguere - da insegnanti di scherma - fra il gesto atletico in sé e l'applicazione dello stesso in situazione . L'apprendimento dell'uno non comporta necessariamente il raggiungimento dell'altro, a meno che il maestro non sia in grado di trasmettere all'allievo una particolare sensibilità - che non è solo motoria, propriocettiva - in grado di permettergli di distinguere, come mi disse una volta tua padre, fra "ginnastica schermistica " e "scherma".

Questo però comporta una serie di altre considerazioni che toccano inevitabilmente l'idea stessa di "maestro di scherma" - non dal punto di vista etico/educativo, ma dal punto di vista formativo e culturale.

Ma hai ragione soprattutto (e qui si invece entra in gioco anche l'aspetto etico) quando dici che il maestro non crea dipendenze, anzi, il buon maestro è colui che riesce a trasmettere all'allievo il valore della "indipendenza" , e gli fornisce gli strumenti necessari per confrontarsi fluidamente con ogni individuo (un avversario, un altro maestro, un amico, uno sconosciuto - sulle pedane e non) .

E' la scherma stessa che lo richiede : si è tanto più efficaci quanto più sappiamo valutare, decodificare, interpretare l'avversario ed adeguare le nostre proposte alla situazione, sulla base di ciò che siamo e di ciò che sappiamo fare ;

E lo strumento fondamentale che il maestro può donare all'allievo è il senso critico.


Chi possiede uno strumento del genere è in grado di confrontarsi con chiunque, senza paura alcuna, imparando cose nuove ad ogni incontro .

Significa una cosa sola, senza retorica alcuna : Libertà.

Con affetto e stima,

Davide Lazzaroni



Re: Affondare il fioretto nel piastrone (Voto: 1)
di AlexioBonino (alessiobonino@fastwebnet.it) il Wednesday, 03 February @ 19:02:11 CET
(Info Utente | Invia un Messaggio)
"Ma hai ragione soprattutto (e qui si invece entra in gioco anche l'aspetto etico) quando dici che il maestro non crea dipendenze, anzi, il buon maestro è colui che riesce a trasmettere all'allievo il valore della "indipendenza" , e gli fornisce gli strumenti necessari per confrontarsi fluidamente con ogni individuo (un avversario, un altro maestro, un amico, uno sconosciuto - sulle pedane e non)...[...]...E lo strumento fondamentale che il maestro può donare all'allievo è il senso critico. Chi possiede uno strumento del genere è in grado di confrontarsi con chiunque, senza paura alcuna, imparando cose nuove ad ogni incontro. Significa una cosa sola, senza retorica alcuna : Libertà".


Sono veramente felice di leggere una frase di questo tipo, davvero. Su questa scia vorrei dire che, a mio parere, il buon maestro è colui che non basa la propria attività, i propri progetti educativi e formativi esclusivamente su un "travaso" di conoscenze schermistiche, ma è colui che è in grado di rendere un individuo parte "attiva" della relazione che si viene a creare, a non subire passivamente "un apprendimento". Penso dunque sia importante col/nel tempo che ogni ragazzo, messo "in guardia" di fronte al maestro, non venga a contatto esclusivamente con le dimensioni teoriche e tecniche (che ricoprono sempre e comunque un ruolo FONDAMENTALE) ma anche con quelle comportamentali, il quale fulcro stia proprio nella capacità di costruirsi schermisticamente, pensandosi liberamente, col già citato aiuto degli accorgimenti e delle mediazioni più ampi possibili da parte del maestro.

In sostanza credo che la vera crescita in sala e fuori da essa sia possibile nel momento in cui un ragazzo risulti nelle condizioni di DISPORRE delle risorse e delle capacità per far sì che il suo divenire atleta/uomo sia frutto di un costruirsi e inventarsi (risorse che, appunto, è il MAESTRO a dover essere in grado di offrire, mostrare e coscientizzare nel proprio allievo che CRESCE).

Alessio Bonino


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