Lunedi si è svolto al Policlinico Gemelli di Roma il Seminario dedicato a “La Morte Improvvisa cardiaca. (Aspetti clinici, genetici e medico-legali)”, promosso dalla Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport dell’Università Cattolica, in collaborazione con la le scuole di Specializzazione in Cardiologia, in Medicina Legale e in Genetica Medica dell’Ateneo.
Tra i relatori era presente il famoso cardiologo spagnolo Ramon Brugada, che ha dato il nome alla sindrome omonima, alterazione genetica del cuore tra le principali cause di morte improvvisa.
In Italia negli ultimi trent’anni sono stati accertati circa 250 casi di morte cardiaca improvvisa. Nella metà dei casi tale sindrome ha colpito sportivi in stato di apparente benessere.
In circa il 90% dei casi la morte è sopraggiunta in atleti di livello agonistico non elevato, mentre in meno del 10% le vittime di morte improvvisa sono stati sportivi di livello professionistico.
Si è riscontrata, inoltre, una larga prevalenza di maschi: 9 volte su 10 l’arresto cardiaco - risultato fatale - si è verificato durante l’allenamento, mentre nei rimanenti casi è avvenuto durante la gara.
I media hanno dato ampio risalto negli ultimi anni alle morti drammatiche del giovane calciatore del Siviglia Antonio Puerta, o del 26enne giocatore di hockey Darcy Robinson, o dell’attaccante del Benfica Miklos Feher.
Ed è di pochi mesi fa la morte improvvisa del giovane capitano dell’Espanyol Daniel Jarque, avvenuta l’agosto scorso a Coverciano dove era in ritiro con la squadra di calcio catalana in vista di un importante incontro agonistico.
Proprio sulle cause di questo inatteso decesso sta indagando il cardiologo Ramon Brugada, del Cardiovascular Genetics Center dell’Università di Girona (Spagna) il quale, insieme a due fratelli ricercatori, ha identificato l’omonima sindrome: la “Sindrome di Brugada”.
Quest'ultima è una tra le principali cause di morte improvvisa: una malattia aritmogena geneticamente trasmessa, che causa sincope o morte in soggetti giovani e con il cuore strutturalmente sano.
Brugada è stato tra i protagonisti del Seminario , che ha affrontato i molteplici aspetti delle patologie strutturali del cuore responsabili della Morte Improvvisa.
I lavori sono stati introdotti e coordinati dai docenti della Cattolica Filippo Crea e Fulvio Bellocci (Istituto di Cardiologia), Giovanni Neri (Istituto di Genetica medica), Vincenzo Lorenzo Pascali (Istituto di Medicina legale e delle assicurazioni).
Insieme a Ramon Brugada figurano tra i relatori: Paolo Zeppilli, direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport della Cattolica (nonché medico della Federcalcio), Angel Carracedo, genetista forense che dirige l’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Santiago de Compostela, e Burkhard Madea, Direttore dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Bonn.
Molto interessanti gli argomenti trattati:
- la morte improvvisa negli atleti
- la cardiomiopatia ipertrofica
- la displasia aritmogena del ventricolo destro
- il miocardio non compatto
- la sindrome di Brugada.
La prevenzione della Morte Improvvisa dello sportivo rappresenta un obiettivo di fondamentale importanza soprattutto in Italia:, Paese che - caso più unico che raro - sotto questo profilo è all'assoluta avanguardia in campo mondiale, in particolare grazie alla legislazione che dal 1982 prevede l'effettuazione obbligatoria delle visite di idoneità annuali da parte di tutti gli sportivi che pratichino un'attività agonistica.
In effetti, buona parte dei casi tragici avvenuti negli ultimi anni interessa atleti di paesi nei quali non esiste una legislazione assimilabile a quella italiana, e nei quali la pratica di un'attività sportiva non è subordinata alla visita, agli accertamenti e all'autorizzazione di uno specialista.
Tutto ciò conferma - se pure ce ne fosse stato bisogno - l'utilità delle visite di idoneità e dei costi sociali ad esse correlate.
L'incidenza delle patologie sopraelencate - le quali possono tutte provocare una morte improvvisa in uno sportivo - non è chiara e non è omogenea in tutti i lavori sull'argomento, ma di sicuro è non inferiore a uno-due casi ogni centomila abitanti.
Ai fini pratici, è indispensabile però che gli specialisti in Medicina dello Sport siano in grado di riconoscere i segni clinici ed elettrocardiografici iniziali che possano indurre a sospettare il rischio di una patologia miocardica, inviando di conseguenza lo sportivo presso un centro cardiologico avanzato: in grado, cioè, di affrontare l'iter diagnostico successivo, che prevede accertamenti estremamente sofisticati.
Tali segni consistono il più delle volte
nella presenza all'Elettrocardiogramma di numerose extrasistoli
ventricolari (dette anche battiti ectopici ventricolari), oppure di
specifiche alterazioni piuttosto difficili da rilevare, come nel caso
della Sindrome di Brugada.
L'ecocardiografia riveste un'importanza fondamentale per la diagnosi,
in particolare nel caso in cui evidenzi talune anomalie che possano
già dare la certezza, o il forte sospetto di una miocardiopatia.
In ogni caso, ai fini della diagnosi sono in seguito utili esami
più approfonditi, quali la Risonanza Magnetica
Cardiaca, la biopsia miocardica, lo studio genetico, ed
eventualmente anche una coronarografia o un
angio-TAC: per evidenziare, ad esempio, l'imbocco anomalo di
una coronaria, che è una delle cause riconosciute di morte
improvvisa.
Molto importante è anche l'aspetto anamnestico, mirato sia a ricercare aventuali episodi 'sospetti' - quali lipotimie o sincopi - sia, soprattutto, ad esplorare un'eventuale familiarità per morti improvvise, alla luce della componente genetica presente in tutte queste patologie cardiache.
In tal senso, laddove tra i familiari di uno sportivo si rilevi all'anamnesi la presenza di uno o più casi di morti improvvise cardiache accertate o 'sospette', è bene che lo specialista in Medicina dello Sport sottoponga l'interessato a un accurato screening cardiologico di secondo livello, anche in assenza di alcun segno clinico o anomalia elettrocardiografica.
Ovviamente, sotto il profilo sportivo i soggetti
più a rischio per morte improvvisa sono quelli assolutamente
asintomatici: quelli, cioè, nei quali tali patologie non si
sono ancora manifestate in alcun modo.
Quasi tutte le patologie cardiache responsabili di morte improvvisa
hanno una base genetica, infatti, ma la gradualità
nell'alterazione
degenerativa delle fibrocellule del cuore - che è variabile
da soggetto a soggetto - può dare luogo in fasi della vita
non necessariamente infantili alle prime manifestazioni
elettrocardiografiche della malattia (nei casi più
fortunati) oppure, purtroppo, a un esordio drammatico della stessa con
una
sincope dovuta a un arresto cardiaco,.
L'arresto del cuore è sempre legato all'innesco di una brusca aritmia che porta alla fibrillazione ventricolare: un evento che provoca in pochi secondi una sincope, ed è risolvibile solo mediante l'ausilio di un defibrillatore.
In mancanza di tale apparecchio, pertanto, non c'è alcuna possibilità di arrestare l'aritmia, di riportare il miocardio al ritmo fisiologico, e di salvare la vita al soggetto.
Le manovre di rianimazione (massaggio cardiaco, respirazione bocca a bocca) possono solo consentire la sopravvivenza di alcune funzioni vitali per pochissimi minuti: quelli indispensabili - nei casi fortunati - per l'arrivo di un'ambulanza attrezzata.
La disponibilità di un defibrillatore
automatico sarebbe dunque opportuna presso tutti i centri sportivi, ma
sarebbe a sua volta subordinata alla presenza presso tali strutture di
persone adeguatamente addestrate alle emergenze, e in particolare alla rianimazione cardiopolmonare (RCP) e al supporto BLS o BLS/D (Basic Life Support comprensivo o meno di defibrillazione).
Si tratta peraltro di uno schema organizzativo non impossibile da
impostare e di cui si discute da tempo, ma che richiederebbe ovviamente delle spese non indifferenti e dunque difficilmente affrontabili a carico delle
società sportive , oppure ingenti
finanziamenti da parte del CONI o delle Regioni.
Per ora, solo i club professionistici possono disporre regolarmente di un defibrillatore automatico a bordo campo.
Attualmente i soggetti ai quali venga diagnosticata una patologia a rischio di fibrillazione ventricolare vengono trattati mediante l'installazione sottocutanea di un piccolo defibrillatore, che interviene automaticamente quando si inneschino determinate aritmie perniciose.
Ovviamente, si tratta sempre di individui da dichiarare non idonei alla pratica sportiva di qualsiasi tipo, per lo meno nei paesi - come l'Italia - in cui esiste una legislazione in tal senso.
Si tratta di sportivi i quali talora hanno spesso anche notevoli qualità atletiche, e nei quali è sempre drammatico l'impatto psicologico connesso al divieto di praticare un'attività agonistica.
Quasi sempre tali soggetti e i loro familiari rifiutano la prima diagnosi, non accettano il giudizio dello specialista accusandolo talora di essere un incompetente, fanno ricorsi contro il provvedimento di non idoneità, si rivolgono ad altri medici e a centri cardiologici nella comprensibile speranza di una diversa interpretazione dei dati clinici, ma alla fine di quest'iter sono immancabilmente costretti ad accettare il verdetto.
Malgrado ciò, non capiscono i propri errori
di valutazione e quasi sempre maturano nei confronti del
medico sportivo un'ostilità talora assai intensa e del tutto
irrazionale: come, cioè, se lo specialista
fosse responsabile dell'interruzione forzata della loro
attività sportiva.
In sostanza, si tratta di uno dei tanti casi in cui dei pazienti odiano
il medico e lo maltrattano, invece di essergli grati.
Mai - e sottolineo mai - questi soggetti e i loro familiari se la prendono coi cardiologi che hanno emesso la diagnosi.
Triste destino, quello dei medici sportivi.













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